giovedì 29 ottobre 2015

Bufala: Colonnello israeliano affiliato all'Isis

Grazie a Progetto Dreyfus finalmente, dopo giorni di divulgazione di questa bufala, conosco la verità e la condivido con voi.

LA DISINFORMAZIONE NON HA RISPETTO NEMMENO PER I MORTI

Il 22 ottobre scorso l’agenzia stampa iraniana Fars News, batte questa notizia.
“Le forze di sicurezza hanno catturato un colonnello israeliano”, aff
erma un comandante delle forze popolari irachene che aggiunge “l’ufficiale sionista è un colonnello e ha partecipato alle azioni terroristiche per conto di Daesh (Isis). Il suo nome è Yusi Oulen Shahak, fa parte della Brigata Golani dell’esercito del regime sionista e il suo numero di matricola è Re34356578765az231434.”

Il comunicato termina affermando che il colonnello è stato arrestato con altri militanti dell’Isis e saranno sottoposti ad un interrogatorio. Mettono on line questa foto con una didascalia che successivamente cancelleranno sostituendola con un'altra con persone di spalle che armeggiano con i fucili.
 

La nota comincia a planare nel web, passa qualche giorno e Rai News oggi testualmente pubblica questa notizia:
 

"La sicurezza irachena ha arrestato nei giorni scorsi un colonnello israeliano della Brigata del Golan insieme ad un gruppo di terroristi dell'Isis". La notizia è stata diffusa dall'agenzia iraniana Fars. Il colonnello arrestato si chiama Yusi Oulen Shahak e l'agenzia fornisce anche il suo numero di matricola. Le forze di sicurezza irachene lo stanno interrogando per capire le ragioni della sua presenza fra i combattenti dell'Isis. 
 

Ma quello nella foto non è un colonnello ma un sergente maggiore.


Ma quello nella foto non si chiama Yusi Oulen Shahak ma Oron Shaul.


Ma quello nella foto non è stato arrestato perché è stato ucciso il 20 luglio 2014 da Hamas durante l’Operazione Margine di Protezione e il suo corpo è ancora in mano ai terroristi che governano la Striscia di Gaza in attesa di scambiarlo con decine o magari centinaia di galeotti vivi e vegeti che occupano le carceri israeliane.


Anche questo genere di (dis)informazione
contribuisce ad aumentare l’odio verso gli ebrei, gli israeliani e Israele. Per gli iraniani l’Isis e Israele sono due nemici da demonizzare e condannare e questo genere di invenzioni rappresentano letteralmente il classico detto “due piccioni con una fava” mentre in questo caso non possiamo far altro che notare la leggerezza con la quale vengono verificate le veline informative dalle agenzie stampa italiane.

Fonti


http://english.farsnews.com/newstext.aspx?nn=13940730000210

http://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/ContentItem-70366234-7bfa-4e06-9e67-a46fd27781fc.html?refresh_ce

mercoledì 28 ottobre 2015

Bibi cita il Mufti

per svelare l’atavico odio anti ebraico (dispiacendo ai liberal)
di SETH LIPSKY - Il Foglio, 27 ottobre 2015
 
Il primo ministro israeliano Netanyahu ha fatto qualcosa di importante la scorsa settimana: ha ricordato al mondo che la guerra araba contro Israele è la continuazione della guerra nazista contro gli ebrei.
Le parole da lui espresse mercoledì, per le quali fu il Gran Mufti di Gerusalemme Haj Amin al Husseini a suggerire a Hitler l’idea di sterminare gli ebrei, hanno scatenato un putiferio.
Il primo ministro ha fatto riferimento a un noto incontro tra il Mufti e Adolf Hitler che avvenne nel novembre del 1941, due mesi prima che i nazisti pianificassero la cosiddetta soluzione finale nella famigerata conferenza di Wannsee. “All’epoca Hitler non voleva sterminare gli ebrei, ma solo espellerli”, ha detto Netanyahu al Congresso sionista, per poi affermare che fu il Mufti ad avvertire Hitler che se avesse proceduto con le espulsioni degli ebrei, quest’ultimi avrebbero finito con l’andare tutti in Palestina. “Cosa dovrei fare con loro?”, chiese allora Hitler, secondo la ricostruzione fatta da Netanyahu. “Bruciali”, avrebbe risposto il Mufti.

Gli attaccabrighe liberal si sono infuriati, sostenendo, con una certa faccia tosta, che Netanyahu abbia voluto riabilitare il Führer. “Una difesa di Hitler”, l’ha definita addirittura il giornale Forward, mentre la Casa Bianca ha liquidato le parole di Netanyahu come “provocazioni”.
Anche l’illustre studiosa dell’Olocausto Deborah Lipstadt ha qualificato Netanyahu come “revisionista”. Questo suo giudizio a me è parso immeritato e, in ogni caso, improprio, anche nell’ipotesi in cui il leader israeliano avesse sbagliato a citare le parole precise utilizzate da Hitler e il Mufti.

Nessun documento afferma che il Mufti abbia suggerito a Hitler di “bruciare” gli ebrei. Ma alcune testimonianze dimostrano che i proclami di Hitler sulla loro uccisione ottennero un entusiastico apprezzamento da parte del Mufti. Quest’ultimo, secondo gli appunti dell’interprete di Hitler (il colonnello delle SS Eugen Dollmann, ndr), aprì l’incontro ringraziando Hitler per la sua vicinanza “agli arabi e in particolare alla causa palestinese”. Erano amici naturali, scrisse Dollmann, perché avevano gli stessi nemici in comune. Gli arabi palestinesi, di conseguenza, “erano pronti a cooperare con la Germania con tutto il loro cuore, e pronti a partecipare alla guerra”.
Gli arabi, predisse il Mufti, “potrebbero essere utili come alleati più di quanto possa apparire a prima vista”.
“Gli obiettivi della mia battaglia sono chiari”, furono le parole di Hitler, riportate dal Mufti nei suoi diari. “Come prima cosa, sto combattendo gli ebrei senza tregua, e questa battaglia include quella contro la cosiddetta casa nazionale ebraica in Palestina”.

L’interprete di Hitler registrò nelle sue note che il Führer impose al Mufti di racchiudere “nelle più alte profondità del suo cuore” la battaglia nazista per “la totale distruzione dell’impero giudaico-comunista in Europa”. Poi il tiranno nazista volle lanciare al mondo arabo il messaggio per cui “era arrivato il momento della sua liberazione”, e che l’unico obiettivo della Germania sarebbe stata "la distruzione di ogni elemento ebraico nella sfera araba”.
Netanyahu potrebbe aver sbagliato nell’affermare che lo sterminio degli ebrei fu un’idea del Mufti (le uccisioni erano già iniziate); ma non ha sbagliato in nulla nel dire che l’idea dello sterminio fu avallata dal Mufti. Il punto cruciale è che i nazisti e il leader della Palestina araba erano allora dalla stessa parte.

Durante la Seconda guerra mondiale i popoli dovettero fare una scelta: gli ebrei scelsero il mondo libero, gli arabi palestinesi scelsero Hitler. E’ sicuramente questo il punto che intende rimarcare il primo ministro israeliano. Egli vuole rendere tutti consapevoli che Israele, oggi, è sotto attacco proprio dagli eredi di quel patto col diavolo compiuto tra il Mufti e il Führer. Quindi perché tutto ciò ha sconvolto la sinistra? Cosa importa che il Mufti abbia o meno avuto una parte di responsabilità nei crimini compiuti da Hitler?
Una risposta può essere rintracciata in un editoriale del New York Times che ha definito le parole di Netanyahu vergognose perché “danno l’impressione” che la resistenza degli arabi palestinesi “sia dovuta solamente a un odio di lunga data nei confronti degli ebrei, e non invece all’occupazione compiuta da Israele o a qualunque altra controversia”. Come se ciò non fosse vero.

Il Mufti e gli altri leader arabi odiavano gli ebrei prima che ci fosse Israele. Se Israele domani scomparisse, i fondamentalisti islamici continuerebbero comunque a disprezzare gli ebrei. La sinistra dovrebbe smetterla di screditare Netanyahu, perché egli sta solo evidenziando la scomoda verità per la quale, nei riguardi degli ebrei, l’ideologia araba è la stessa di quella nazista. E come può qualcuno difenderla?

Articolo tratto dal New York Sun, traduzione di Ermes Antonucci

lunedì 26 ottobre 2015

L'economista di Renzi



Yoram Gutgeld: dai reparti speciali israeliani alla spending review

«La mia intelligence israeliana per fare fuori i vostri sprechi».
II consigliere economico del premier: «I miei genitori sono sfuggiti a Hitler per un soffio. A Tel Aviv ero nel reparto "cervelloni" dell'esercito. Adesso taglierò le spese per Renzi»

di LUCA TELESE
 (Libero, 26 ottobre 2015)
«Sono nato a Tel Aviv, nel 1959: la città aveva mezzo secolo, prima del 1909 c'erano solo paludi e malaria. In questa storia di fondazione c'è tutta la storia di Israele».
Yoram Gutgeld è il commissario alla spending review, ma anche - e soprattutto - uno dei principali cervelli economici renziani. È deputato, lavora a palazzo Chigi, per quasi tutta la sua vita di economista è stato senior partner in McKinsey, una delle più importanti società di consulenza organizzativa e strategica del mondo. Ha un carattere gioviale, si considera «un marziano nel mondo della politica», è sposato con una ex collega (Maria Antonietta) ha un figlio talentuoso, leader studentesco (Federico, ne parleremo tra poco), è uno dei padri degli «80 euro», della manovra sull'Imu e del taglio dell'Ires 2017:
«Lo so che Libero è scettico e ci farà le pulci. Fa bene. Ma a chi dubita dico: il taglio ci sarà. È già in questa legge di stabilità». 

Onorevole Gutgeld: lei ha radici polacche, anagrafe israeliana, formazione americana, identità adottiva italiana. Chi è davvero?
«Qualcosa in queste identità si assomiglia. Israele ha un po' dell'Italia e un po' dell'America».
 
In che senso?
«È un paese informale, poco gerarchico. La caratteristica più importante, come per l'Italia, è la creatività».

La prima lezione che le arriva dalla storia della sua famiglia? 
(Sospiro amaro) «Potrei dire il tempismo».

In che senso?
«Il 1 settembre 1939 Hitler invade la Polonia. Mio padre e i miei fratelli pensano che per gli ebrei stia arrivando la catastrofe, partono immediatamente. E si salvano. Le mie zie invece...»
 
Non volevano andar via?
«Pensando ai figli, alle difficoltà alle loro vite, esitarono sui tempi. Decisero di seguire i fratelli, ma ritardarono di quattro giorni».
 
Solo quattro?
«Già. Ma in quel tempo erano la differenza tra la vita e la morte».
 
Le frontiere si chiusero?
«Esatto. Le mie nonne, le mie zie, tutti quelli che non partirono subito finirono sterminati tra i fili spinati del ghetto di Varsavia e i camini di Auschwitz».
 
È vero che nella sua famiglia c'è una sorta di Oskar Schindler?
«Sì, un personaggio straordinario: Roslan, l'autista di mio nonno decise di salvare i miei cugini nascondendoli in casa. Una storia bellissima, in parte tragica».
 
Cosa accadde?
«Roslan aveva un figlio coetaneo dei tre ragazzi. Un mio cugino e questo figlio si ammalarono di polmonite. Ma i miei cugini non potevano andare in ospedale! Le medicine erano razionate, i due bimbi ammalati si divisero le dosi di uno per sopravvivere».
 
Incredibile.
«Sì: dimezzando l'efficacia del trattamento morirono entrambi».
 
Un'altra lezione?
«Il massimo della ferocia del secolo, e il massimo della generosità di un uomo. Adesso Roslan ha un albero nel giardino dei Giusti: ogni volta che posso, ci vado».
 
I lutti continuarono a segnare anche la sua vita.
«Perdo mio padre a sei anni. Mia madre nove anni dopo. A 15 anni sono orfano di entrambi i genitori».
 
Che famiglia erano i Gutgeld? Ricchi o poveri?
«Classe media. Mio bisnonno era eletto nel parlamento polacco. Mio padre si era reinventato avvocato in Israele, con successo. Difendeva, tra gli altri, Moshe Dayan, l'eroe di guerra».
 
Lei è un matematico?
«Si. Mio padre era matematico, la matematica oggi è il mio pane. I miei zii sono matematici, i miei figli hanno uno spiccato talento per i numeri. Evidentemente nel nostro Dna c'è la matematica».
 
II senatore Gotor, suo compagno di partito, scherzando con lei, la punzecchia: «Alla spending rewiew c'è un agente del Mossad».
«Non le dico cosa rispondo a Miguel».
 
Però è vero che lei era in un'unità speciale che si occupa di intelligence, la 8200.
«In Israele l'esercito è il pilastro della società, luogo di formazione della classe dirigente: nasce dal kibbutz comunista, come idea di protezione collettiva. La nostra idea di esercito è diversa da quella europea: progressista, "napoleonico", segnato da una lunga leva».
 
Un esempio?
«In Italia, se eri potente, ottenevi l'esenzione dalla leva. In Israele se non sei stato nell'esercito sei un appestato».
 
Addirittura?
«Prima domanda nei colloqui di lavoro: "Dov'eri irrigimentato?"
Se non hai vestito la divisa sei uno smidollato, ti cacciano».
 
Una volta, in Versilliana, lei definì la sua ex unità, la 8200, «il reparto cervelloni»...
«È così: nell'8200 si studia la tecnologia applicata all'intelligenc
e. Negli ultimi mille brevetti di Tlc registrati nel mondo, diversi vengono da quel reparto. Io, purtroppo o per fortuna, finiti i primi tre anni di leva, non firmai per il rinnovo a 5: a 23 anni andai a studiare in America».
 
Però, molti anni più tardi, quando fondò la sede israeliana di McKinsey, ritrovò sulla sua strada la 8200...
«Accadde questo: alcuni dei ragazzi talentuosi che avevo assunto per aprire la filiale, furono tra coloro che nell'8200 realizzarono l'attacco hackeristico che rallentò il programma nucleare iraniano. Ragazzi svegli. Evidentemente avevamo scelto bene».
 
Lei studia quattro anni in America, poi nel 1989 arriva in Italia, dove alla McKinsey conosce la donna della sua vita, Maria Antonietta Di Benedetto. Sceglie l'Italia per amore?
«È così! Conosce la battuta preferita di mia moglie?»
 
Temo di si...
«Noi abbiamo casa a Forte dei Marmi. La Santanché a Pietrasanta. Durante gli sbarchi Daniela diceva in ogni tv: "A sinistra, se sono coerenti, l'extracomunita
rio se lo prendano a casa!"».
 
Un grande classico di Daniela.
«Da allora Maria Antonietta ripete a tutti gli amici: "Sono l'unica che l'extracomunita
rio se lo è preso davvero!". Ah ah ah!».
 
L'extracomunitario sarebbe lei.
«Tecnicamente ineccepibile: anche se ormai, oltre al passaporto israeliano, ho pure quello italiano».

Parliamo del suo incarico. Prima di lei sono saltati sette commissari alla spending rewiew, senza riuscire a ridurre la spesa!
«Non è del tutto vero. Comunque noi la spesa la stiamo riducendo, 20 miliardi in 2 anni, e andremo avanti».
 
Il suo predecessore, Carlo Cottarelli prendeva 250mila euro l'anno. Lei quanto costa agli italiani? 
(Congiunge pollice e indice in cerchio) «Zero! Ho rinunciato a qualsiasi paga. Mi basta lo stipendio da parlamentare».
 
Entrando nella «Casta» si è arricchito o impoverito?
«Per fare politica mi sono dimesso da McKinsey».
 
Guadagnava 3 milioni di euro l'anno, Ora trenta volte di meno...
«Però non ho rimpianti».
 
Lei è un progressista al cubo, un laburista, ma stima Bibi Netanyau, «il Berlusconi israeliano». È vero?
«Per anni per me era il fratello di Yoni, unica testa di cuoio morta a Entebbe nel 1976, nel raid per liberare gli ostaggi. Poi l'ho conosciuto molto bene, a Tel Aviv. È un cervello sottile, un politico abilissimo».
 
Un grande pregio della società israeliana che vorrebbe importare?
«Il diritto al dissenso. E poi una sorta di spirito collettivo, in questo simile agli Usa: "Si può fare"».
 
Mi faccia un esempio.
«Negli Usa ho lavorato da esperto di teoria di giochi alla Rand, una società che, tra l'altro, si occupa di strategia per l'esercito americano».
 
Teoria dei giochi, come Vaorufaids? 
(Ride) «Con più successo di lui, direi... Ma torno all'esempio: per sviluppare lo stesso carro trasporto-truppe corazzato, gli Usa ci hanno messo 15 anni e Israele tre».
 
Perché?
«Israele fa di necessità virtù: ha sviluppato il sistema anti-razzo, contro quelli lanciati da Gaza, in soli tre anni: sembrava impossibile».
 
Suo figlio è un leader studentesco, organizza proteste contro la riforma della scuola del suo governo. Come la mettiamo?
«In Italia le colpe dei padri ricadono sui figli e viceversa: viene considerato sconveniente. Ricordo un titolo cult di Libero su noi due: "Gutgeld di lotta e di governo". Ne abbiamo riso per mesi».


Perché?
«Federico è un'intelligenza
brillante: discutere con lui, soprattutto quando è critico, è per me un enorme arricchimento. Ricorda "il diritto al dissenso"? Lo pratico anche a casa».

Chi le ha presentato Renzi?
«Un ex collega di McKnsey, Daniel Ferrero, uno che come imprenditore ha reiventato il marchio Venchi. Un genio».
 

Amore a prima vista?
«Per me sì. Matteo è brillante: impara, capisce e decide in un secondo. La caratteristica dei leader».


Nel del 2012 David Allegranti, sul «Corriere», la citò per primo: «Ecco Gutgeld, Mr. 100 euro». Ne ha persi 20 per strada?
«L'idea originaria era una cifra tonda. Poi abbiamo quadrato i conti. Tutti dicevano: "È una balla", ma come vede sono ancora lì, promessa mantenuta».
 

Mi dice una caratteristica di Renzi?
«Spingere sempre, sempre, sempre, per ottenere di più. Se ho rinunciato al mio stipendio è perché può fare la differenza per l'Italia».
 

Lei da economista criticava la politica della destra, da politico ora difende l'aumento del limite sui contanti.
«Mai creduto che l'evasione si combatta con strumenti polizieschi. I raid della finanza a Cortina sono stati inutili e scellerati».
 

Lo pensava anche prima?
«Sì. Se sei terrorizzato evadi lo stesso. Ma forse non compri il suv! II governo Monti aumentando tasse su barche e auto di lusso ha ricavato pochi soldi e danneggiando interi settori di attività economica come i porti turistici».
 

Come si combatte l'evasione?
«Controlli incrociati, autocertificazi
oni. Con la reverse charge e il solit payement pensavamo di recuperare 2 miliardi, ne abbiamo incassati 3!».
 

L'Europa vi ha fermato, però.
«Solo una delle quattro proposte. Funziona il meccanismo. Con i controlli incrociati recupereremo altri 5 miliardi».
 

E un governo amico delle banche, avete cancellato la portabilità dei mutui della Bersani.
«Provi a vedere quanto sono incazzate per la tassazione delle quote di rivalutazione di Bankitalia!».


Ma la centrale unica degli acquisti funzionerà mai?
«Eccome. Centralizzeremo
15 miliardi di acquisti dello Stato quest'anno, molti di più nei prossimi».

Il direttore di «Libero» è pronto a scommettere che non farete il taglio dell'Irpef nel 2018.
«Con Belpietro scommetto quel che vuole, ci vediamo tra due anni. Se perde, però... gli taglio lo stipendio eh eh».

martedì 20 ottobre 2015

Palestinesi nel caos: il fallimento della terza intifada




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La terza intifada, che noi chiamiamo più correttamente “Jihad Palestinese”, non riesce a decollare nonostante l’impegno profuso da Hamas, dalla Jihad Islamica e nonostante i tentativi di infiammare le folle da parte di Abu Mazen con l’uso sistematico di bugie. Al momento sembra più un qualcosa di mediatico a uso e consumo dei media occidentali perché quelli arabi non se ne stanno interessando più di tanto, tanto che la chiamano la “intifada dei giovani” quasi a rimarcare che dietro non c’è nessuna vera organizzazione.

In realtà non è proprio così.

La terza intifada, o Jihad Palestinese, nelle menti di chi ci sta lavorando da mesi, cioè la Jihad Islamica legata all’Iran, doveva essere prima di tutto uno schiaffo alla Autorità Palestinese (ANP) e ad Hamas rei di trattare segretamente con Israele, doveva essere cioè l’ariete di sfondamento di una faida interna ai movimenti palestinesi in un momento in cui tutti sono contro tutti, Hamas contro Fatah e la Jihad Islamica, la Jihad Islamica contro Fatah e Hamas e infine Fatah contro tutti con rotture persino nella OLP.
Una bella intifada doveva rimettere insieme i cocci dei movimenti palestinesi sempre più in difficoltà con “la base” e scatenare rivolte di massa così violente da costringere Israele a reagire duramente, tanto da portare di nuovo l’intero mondo musulmano a sostenere la lotta palestinese, ormai francamente in secondo piano rispetto alla situazione geopolitica della regione.
A rovinare i piani degli “organizzatori” ci ha pensato però la sostanziale indifferenza (o poca partecipazione) del mondo arabo che a parte qualche isolata manifestazione di solidarietà (l’ultima ieri in Giordania alla quale hanno partecipato solo palestinesi) e un po’ di articoli sulla solita Al Jazeera, non ha risposto con entusiasmo alla intifada palestinese.
Poco credibili le ragioni di Abu Mazen, poco credibile lui stesso, ma soprattutto il mondo arabo è stufo dei palestinesi (in realtà mai amati e persino detestati) in un momento in cui le gatte da pelare sono ben altre a partire dallo Stato Islamico fino all’Iran che si sta pesantemente armando a livello convenzionale e quasi certamente nucleare.


Non sto chiaramente dicendo che la terza intifada palestinese non sia un pericolo per Israele o che la cosa finisce qui, sto solo dicendo che non ha avuto nei paesi arabi quel risalto e quel sostegno che credeva di avere che poi era il primo vero obbiettivo della rivolta. Anche sui social media il sostegno maggiore alla intifada palestinese è arrivato da gruppi occidentali formati più che altro da anti-israeliani o da musulmani occidentali, gente a cui importa poco della Palestina ma che si muove prettamente in configurazione anti-Israele a prescindere da quale sia il mezzo.

Caos palestinese


Un’altra cosa che ha evidenziato con chiarezza questa supposta terza intifada è il caos che regna all’interno dei movimenti palestinesi. Abu Mazen è politicamente in rovina, se si andasse al voto oggi non arriverebbe a prendere il 20% dei voti (a stare larghi). Al Fatah ha paura di Hamas che però ha anche lui al suo interno le sue belle faide e i suoi nemici, a partire dalla Jihad Islamica e dai gruppi salafiti fino alle divisioni interne tra gli irriducibili e i possibilisti sulle trattative con Israele. Ad Hamas, checché se ne dica, mancano le armi e i mezzi per ricostruire la sua struttura del terrore. L’Egitto gli sta facendo una guerra spietata, molto più spietata di quella che sta facendo Israele. I fondi dai Paesi arabi del Golfo non arrivano più e persino Qatar e Arabia Saudita pensano più alla ricostruzione e allo sviluppo di Gaza che al riarmo di Hamas.

La terza intifada doveva essere l’occasione per riavere il sostegno arabo movimentando le folle, un sostegno che però si è dimostrato molto freddo al di la delle dichiarazioni e delle parole. E non è andata molto meglio alla Jihad Islamica legata all’Iran che su questa rivolta aveva puntato praticamente tutto. Le masse arabe non si sono rivoltate contro Hamas e Al Fatah e a Israele è bastato introdurre misure più rigide per fermare gli attentati, che chiaramente sono ancora possibili (più che probabili) ma che non hanno messo in difficoltà lo Stato Ebraico come gli jihadisti iraniani credevano. Su questo pesa molto la saggia decisione di Netanyahu di non esasperare i toni con misure troppo dure o reazioni troppo violente.
Ancora tutto è possibile, in un momento come questo basta un cerino per scatenare un incendio, ci saranno ancora rivolte e attentati, ma per ora (e sottolineo per ora) la grande intifada palestinese rimane una utopia sfruttata solo dai media occidentali mentre in Giordania sono ripresi i colloqui tra arabi e israeliani per trovare una soluzione più o meno stabile e duratura alla questione palestinese.

Scritto da Maurizia De Groot Vos

FONTE: RightsReporter


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lunedì 19 ottobre 2015

​“Una politica responsabile contro la violenza tra israeliani e palestinesi”

Gariwo - Foresta dei Giusti: "Giovani palestinesi che accoltellano ebrei e vengono uccisi dalla polizia. Che cercano di forzare le uscite di Gaza. Che lanciano sassi in Cisgiordania. L'attuale spirale di violenza, in un Medio Oriente sempre più vicino al baratro, non può non destare preoccupazione. Abbiamo interpellato la pacifista e scrittrice israeliana Manuela Dviri":

Le autorità israeliane chiudono la spianata delle MoscheeLe autorità israeliane chiudono la spianata delle Moschee radio vaticana
Giovanissimi palestinesi che accoltellano ebrei e vengono uccisi seduta stante dalla polizia. Che cercano di forzare le uscite di Gaza. Che lanciano sassi in Cisgiordania. In un Medio Oriente minacciato sempre di più anche da forze estremiste come l’ISIS, la spirale di violenza entro cui è precipitato Israele nelle ultime settimane non può non destare preoccupazione. Abbiamo interpellato la pacifista e scrittrice israeliana Manuela Dviri, autrice di recente di Un mondo senza noi pubblicato da Piemme che lei stessa ha presentato su queste pagine, che propone la buona politica e la cooperazione quotidiana tra israeliani e palestinesi per giungere a un accordo. È, infatti, fondatrice di Saving children, una realtà nata 12 anni fa che finora ha curato 11.000 bambini palestinesi negli ospedali israeliani. Perché, vedendo l’essere umano nella sua fragilità davanti alla malattia, si possa ritrovare un senso di fraternità.

Che cosa pensa degli accoltellamenti che avvengono in queste settimane nella Città Vecchia di Gerusalemme e in molte altre zone di Israele?

Penso che sia un orrore. L’avvenimento per me forse più sconvolgente è avvenuto il 12 ottobre, pochi giorni fa e sembra passata una vita, quando un adolescente di 13 anni e uno di 15 anni hanno accoltellato un altro adolescente di 13 anni che si era appena comprato delle caramelle e faceva un giro in bici; subito dopo hanno colpito anche un giovane uomo di 25 che passava anche lui lì per caso. Chi e cosa hanno spinto questi ragazzi in una tale follia?
Sono inorridita da questa intifada dei coltelli, di giovani che uccidono altri giovani, e vengono a loro volta feriti o uccisi, da questa “guerriglia di Facebook”. Molti attentatori avevano infatti pubblicato le loro intenzioni in post sul social network, scambiandosi addirittura notizie su come attaccare – (“conviene essere in due per uccidere, perché in due si riesce meglio”; o come far saltare le bombole del gas, trasformate in esplosivo come ha provato, per fortuna senza successo, a fare una ragazza). Mi turba moltissimo questa ennesima violenza inutile, questo ennesimo spargimento di sangue, e mi spaventa il collegamento tra il coltello, forse l’arma più primitiva che ci sia, e la tecnologia avanzata.
Tutto quello che sta succedendo in questi giorni, insomma, è sconvolgente, e lo è ancora di più perché è senza dubbio conseguenza di un immobilismo politico totale. Il processo di pace è fermo, e quando nulla si muove, nel vuoto entra la violenza.
Possibile che nel 2015 si muoia ancora sugli orari delle visite di ebrei e musulmani alla spianata delle Moschee?
Questi due popoli sono disperati e senza futuro. I due leader di questa terra, invece di creatività e buon senso, invece di guidare i loro popoli, si lasciano trascinare nel vortice delle solite frasi fatte di sempre, dai luoghi comuni, dal populismo più trito e ritrito. Molti, in Israele, avevano votato Netanyahu che aveva promesso “sicurezza e tranquillità”, e non abbiamo, oggi, né l’una, né l’altra.

Come reagisce l’opinione pubblica israeliana davanti a tutto ciò?

L’opinione pubblica è attonita, preoccupata, inorridita, spaventata, a volte anche paranoica. Si vedono molte armi, molto spray al peperoncino per difendersi. C’è più paura a Gerusalemme e nei territori, ma in realtà un po’ dappertutto perché la violenza arriva ovunque.
La gente è furiosa, si sente impotente. Siamo un Paese come tanti altri, quindi può immaginare come si sentirebbe un italiano a pensare che si accoltella la gente in strada. Ecco, ci si sente esattamente così. Non ci si abitua alla violenza, mai.


La tecnologia, oltre che favorire in certi casi la violenza, pare impotente a controllarla, nonostante Israele abbia una sofisticata rete di controlli e informatori nella West Bank. Questi giovani partono e compiono attentati senza apparentemente che qualcuno lo possa prevedere. Come si potrebbe fermare a suo avviso la spirale della violenza? 

È impossibile, per ora, intercettarli con l’alta tecnologia e questa impossibilità si vede dai risultati. Inoltre sembra che gli attentatori non facciano parte di cellule terroristiche o di gruppi organizzati. Se lo fossero, sarebbe più facile scovarli. Quasi tutti vengono poi feriti o uccisi dai poliziotti o da cittadini armati. Quindi sono chiaramente ben determinati e decisi a diventare “shaid”, cioè martiri.
La violenza di questi giorni ci ha colpito del tutto impreparati. È una guerra d’attrito a ondate, langue e si riprende, cresce, deborda e esplode, invade città e villaggi, cambia di giorno in giorno, di ora in ora, di minuto in minuto, sia per i luoghi che per i protagonisti. Siamo in una crisi mondiale all’interno del mondo arabo tutto e del Medio Oriente, siamo a due passi dalla Siria e dal Libano, il caos che ci circonda sarebbe stato improbabile che non arrivasse qua. Ed è infatti arrivato anche qui. L’unico modo di fermare questo vortice di violenza, prima che scappi di mano, è la politica.

Nei suoi libri ha proposto un nesso tra ciò che succede in Israele e quello che è successo in Europa e purtroppo anche in Italia con la Shoah. Insegnare ai palestinesi cos’è stata questa pagina della storia secondo lei potrebbe aiutare a prevenire la violenza? 

Non credo proprio. Io credo che un sistema educativo equilibrato possa certamente servire, ma che senso ha parlare con i palestinesi di un torto fatto dall’Europa al popolo ebraico in un altro secolo e in un altro contesto? Non credo la soluzione sia da trovare nel passato, ma nel presente. E in un presente che offra una qualche possibilità di futuro. Continuerò a dirlo finché avrò fiato, la soluzione è nel compromesso che nasce dal dialogo, non nella affermazione di un popolo a scapito dell’altro. Non c’è altra strada, non c’è altro modo. Non c’è proprio.

Ci parla del suo progetto di pace, “Saving children”? Nella malattia i nemici diventano fratelli, ha scritto. Questo funziona veramente nella sua esperienza? 

Saving children (non ha nulla a che fare con il più famoso Save the Children) si occupa di curare bambini palestinesi in ospedali israeliani quando non è possibile farlo in ospedali palestinesi, per mancanza di attrezzature o di medici specializzati. I bambini arrivano in Israele accompagnati da uno dei genitori o da un parente, e, a fine cura, consultazione o operazione, ripassano il check point e tornano a casa. I fondi per questo progetto arrivano da varie Regioni italiane, Umbria, Toscana, e ultimamente anche Lombardia. È un progetto di una semplicità disarmante che funziona benissimo, e non si è mai fermato mai, malgrado guerre e intifade.
Nella malattia ci assomigliamo tutti. E i bambini, sani o malati, sono tutti uguali. Che siano palestinesi, israeliani, ebrei o musulmani o cristiani. E tutti hanno diritto alla vita. Ad ora abbiamo curato circa 11.000 bambini palestinesi. E continuiamo a farlo anche in queste giornate convulse. La convivenza, questo progetto ci dimostra, è possibile. Però ci vogliono diplomazia e politica, buon senso e tanto lavoro. E bisogna anche che la si desideri e ci si creda, e in questo momento non è poi così ovvio.

Secondo lei questa ondata di violenze è una “intifada” o no?

Da quello che si vede, perché come dicevo prima poi è una situazione molto fluida che cambia di giorno in giorno e di in ora - qui gli esperti continuano a parlare in televisione e ognuno dice la sua e mezz’ora dopo è già cambiato tutto – probabilmente sì. È iniziata a circa metà settembre ed è proseguita così, a ondate. Da Gaza ogni tanto c’è un tentativo di entrare in Israele, ci sono i sassi in Cisgiordania. Ma poco importa il nome di questa violenza: è una spirale che non si può fermare in altro modo che con una politica responsabile, difficile, complicata, dura, ma non c’è altra possibilità.
Non c’è veramente altra scelta. Altrimenti si cadrà nel baratro da cui non si riuscirà più ad uscire.

Ha in progetto un nuovo libro?

Ho in progetto un giallo, ma ci vorrà ancora un po’ di tempo. Sono molto indietro, purtroppo. Non riesco a concentrarmi.

Carolina Figini, Redazione Gariwo - 19 ottobre 2015

domenica 18 ottobre 2015

#IoStoConIsraele (ottobre 2015)

Roma: Domenica 18 ottobre, alle ore 11.00 si è svolta con successo la manifestazione di solidarietà con Israele, promossa dalla Comunità ebraica, con l'adesione di Italia-Israele.

Centinaia di sostenitori, provenienti da varie parti d'Italia, sono giunti stamattina presso l'ambasciata d'Israele a Roma, per esprimere la loro solidarietà nei confronti di Israele e protestare contro le menzogne propagate in particolare attraverso i social media su quanto sta avvenendo in Israele. Comunità ebraica, politici, associazioni di amicizia, ebrei e no, giunti da tutta l'Italia, hanno manifestato il proprio sostegno a Israele, accolti dall'ambasciatore d'Israele in Italia Naor Gilon, che ha rivolto loro un saluto e un ringraziamento.

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"Una manifestazione pacata, dove si è auspicata la pace e la convivenza, dove nessuno ha inneggiato alla morte di qualcun altro."

"Io oggi ci sono, e continuerò ad esserci sempre a fianco di Israele e contro l'ipocrisia.
Non sono ebreo per nascita o religione. Lo sono per volontà! perché non sopporto che per anni nella mia vita mi abbiano detto falsità sulla storia di Israele. Perché tutti noi, non ebrei europei, abbiamo un debito nei loro confronti. Perché nella passione per Israele rivivono le passioni della mia gioventù contro l'oppressione: 100 milioni di arabi circondano i confini di una piccola ed eroica democrazia per distruggerla. E non ci riescono. Né ci riusciranno mai. Per questo amo Israele."
"Penso che gli unici contro la Palestina siano coloro i quali non permettono ai palestinesi di avere uno stato. La Lega Araba nel 1948, quando ha rifiutato la nascita dello stato palestinese, per il solo desiderio di distruggere quello ebraico, e' stata contro i palestinesi."


  "E' nostro diritto esistere, resisteremo!"

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Shalom7 - "Noi vinceremo e vivremo per sempre ed oggi ribadiamo il nostro diritto ad esistere, soprattutto in questi momenti tragici. Da Roma parte un grido che unisce tutte le comunita' ebraiche italiane". 
Cosi' Ruth Dureghello, presidente della comunita' ebraica di Roma, ha dato il benvenuto a tutti coloro che si sono radunati stamane di fronte all'ambasciata israeliana per ribadire la solidarieta' allo Stato d'Israele ed ai suoi cittadini vittime di ripetuti attacchi terroristici.

L'iniziativa, nata a Roma, ha raccolto l'adesione di altre capitali europee come Bruxelles, Madrid (con cui viene imbastito un collegamento telefonico), Barcellona e Parigi.
"Avvertiamo il pericolo in tutta Europa, ciascuno è minacciato ovunque si trovi", ha ammonito Dureghello.
"Supereremo anche questo momento, il nostro popolo è forte e continueremo ad essere avanguardia mondiale in tutti i campi", ha detto l'ambasciatore israeliano Naor Gilon, attaccando poi l'autorita' palestinese per il "continuo incitamento" alla violenza.


"Assistiamo a una costante disinformazione su quanto accade. Ma Israele vincerà, perché la sua popolazione è forte e determinata nel suo istinto di sopravvivenza” assicura l’ambasciatore Naor Gilon.
Per Riccardo Pacifici (a nome dell’Israel Jewish Congress) "questo è il momento per non dividerci, vogliamo far capire qual è la nostra etica. Non può scorrere sangue ebraico nell'indifferenza".
Alla manifestazione c'è stata una partecipazione trasversale della politica, con deputati e senatori di Forza Italia, Pd, Fratelli d'Italia. Hanno aderito il sottosegretario Sandro Gozi e Scelta Civica.


Dal palco, il presidente commissione Esteri della Camera Fabrizio Cicchitto ha rivolto un appello agli ebrei italiani o di altri Paesi a non trasferirsi in Israele, seguendo l'invito del premier Netanyahu, perche' sono "parte organica del nostro Paese".
Sul palco, tra gli altri, il senatore Lucio Malan (Forza Italia), il presidente del Pd romano Tommaso Giuntella, il presidente di Equality Aurelio Mancuso, il pd Umberto Ranieri, il dirigente di Fratelli d’Italia Marco Marsilio.
Brevi messaggi di solidarietà sono stati espressi da alcuni presidenti di comunità ebraiche italiane, Sara Cividalli di Firenze, Lydia Schapirer di Napoli, Manfredo Coen di Ancona, Guido Guastalla di Livorno.
Ha chiuso l'evento il presidente dell'Unione della Comunita' Ebraiche Italiane Renzo Gattegna, sottolineando che "oggi preoccupa non l'aspetto militare della violenza, ma il fatto che gli aggressori siano giovani e giovanissimi, educati all'odio e all'eliminazione di Israele". Adesso, quindi, "è il momento di creare una coalizione di forze vere per la pace contro le nuove tensioni terroristiche sanguinarie, di cui l'Isis è una degenerazione", ha aggiunto.



“La nostra forza, la forza di tutto il popolo ebraico, è anche in questo evento” conferma il vicepresidente della Comunità di Roma Ruben Della Rocca, che conduce la cerimonia è che si chiude sulle note dell’Hatikva, l’inno dello Stato ebraico. Mentre in coro si alza il grido: “Am Israel Hai”. Il popolo di Israele vive.
video 
Atkiva - Roma 

video

Atkiva - Parigi


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Iniziativa molto chiara del Movimento BDS che chiede al Governo egiziano di supportare Hamas e la intifada palestinese. Nulla a che vedere con forme di boicottaggio pacifiche.

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La manifestazione che si chiuderà con una conferenza stampa e una mostra punta dritto a chiedere al Governo egiziano di sostenere la lotta armata dei palestinesi. La parola boicottaggio è sparita dal gergo del Movimento BDS, adesso si parla apertamente di lotta armata.


«Lo scopo principale della campagna è quello di sostenere la intifada palestinese» ha detto Ramy Shaath, portavoce del Movimento BDS in Egitto in un incontro con la stampa egiziana per la presentazione della manifestazione «e in seconda battuta quello di dirigere l’attenzione internamente alla questione palestinese e dare una risposta alle distorsioni presentate da alcuni media per quanto riguarda gli attuali sviluppi in Palestina».

Ma Ramy Shaath è molto critico anche con il Governo egiziano che nei confronti di Hamas ha attuato politiche molto dure.
«Il nostro obiettivo è quello di spingere l’Egitto e la sua gente a prendere una posizione più forte contro Israele e spingerlo a ridefinire la strategia di sicurezza nazionale dell’Egitto» ha detto Shaath «dall’assedio in corso a Gaza fino alla barriera di sicurezza costruita dall’Egitto, la politica egiziana è andata esattamente in senso opposto a quello che chiediamo noi».

Quindi, riassumendo, l’obbiettivo del Movimento BDS è quello di far cambiare la politica dell’Egitto nei confronti dei terroristi di Hamas e invece di ostacolarli passare ad aiutarli.
Cosa c’entra tutto questo con il boicottaggio a Israele ce lo dovrebbero spiegare i vertici del BDS.


Ramy Shaath è stato molto critico anche con i media egiziani che a suo dire hanno adottato una narrativa dei fatti che accadono in Israele e in West Bank molto simile a quella dei media israeliani. In sostanza il Movimento BDS accusa i media egiziani di raccontare la verità invece che distorcerla.
A una domanda precisa da parte di un giornalista che chiedeva se il Movimento BDS sostiene o meno la intifada palestinese la risposta di Ramy Shaath è stata secca e precisa: SI.


Fino ad oggi il Movimento BDS ha sempre sostenuto la lotta armata palestinese ma, subdolamente, aveva sempre nascosto il suo sostegno alla lotta armata e al terrorismo dietro a una causa apparentemente pacifista come il boicottaggio di Israele. Ora per la prima volta esce allo scoperto.


Scritto da Shihab B.

FONTE: rightsreporter.org
 


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sabato 17 ottobre 2015

I palestinesi: "Perché i nostri leader sono ipocriti e bugiardi"

  • Noi contaminiamo le nostre moschee con le nostre mani e i nostri piedi, e poi accusiamo gli ebrei di profanare i luoghi santi dell'Islam. Se c'è qualcuno che profana questi luoghi, beh, è chi porta esplosivi, pietre e bombe incendiarie nella Moschea di al-Aqsa. Gli ebrei che si recano sul Monte del Tempio non portano con loro pietre, bombe o bastoni. Sono i giovani musulmani che profanano i nostri luoghi santi con i loro "piedi sporchi".

  • Questi leader, tra cui lo stesso Abbas, non vogliono che i loro figli e nipoti partecipino alla "lotta popolare". Essi sono pienamente responsabili della decisione di mandare i figli degli altri a lanciare pietre e bombe incendiarie contro gli ebrei. Standosene tranquillamente seduti nelle loro lussuose ville e nei sontuosi uffici, a Ramallah, essi pretendono che Israele sia ritenuto responsabile dei severi provvedimenti presi contro i palestinesi "innocenti". Il loro obiettivo principale è quello di mettere a disagio Israele e dipingerlo come uno Stato che adotta misure severe contro gli adolescenti palestinesi.

  • Questi giovani non escono per strada a combattere "l'occupazione". Il loro obiettivo principale è quello di uccidere o causare gravi lesioni personali agli ebrei. Se qualcuno lancia una bomba incendiaria contro una casa o un'auto, il suo obiettivo è quello di bruciare vivi i civili.

  • È come se i nostri leader dicessero che lanciare pietre e bombe incendiarie contro gli ebrei nelle loro auto e contro le loro case sia un diritto fondamentale dei palestinesi. I nostri leader credono che Israele non abbia alcun diritto di difendersi da coloro che cercano di bruciare vivi gli ebrei alla guida dei loro autoveicoli o che dormono nelle loro case.


Mentre Hamas e la Jihad islamica continuano a sfruttare i nostri adolescenti nella Striscia di Gaza addestrandoli a unirsi al jihad contro gli ebrei e gli "infedeli", i nostri leader in Cisgiordania commettono un crimine simile contro i giovani palestinesi.
I dirigenti dell'Autorità palestinese (Ap), guidata da Mahmoud Abbas che erroneamente dice di essere il presidente dello Stato di Palestina, incoraggiano i nostri ragazzi a ingaggiare la cosiddetta "resistenza popolare" contro Israele, ma non sono disposti a mandare i loro figli e nipoti a unirsi alla "lotta popolare". Come al solito, i nostri leader vogliamo che siano i figli degli altri a uscire per strada a lanciare pietre e bombe incendiarie contro gli ebrei.
La "lotta popolare" che la leadership dell'Ap sta conducendo in questi giorni è tutt'altro che pacifica. In alcuni casi, ha dimostrato di essere letale. Di recente, Alexander Levlovich è morto dopo aver perso il controllo della sua auto a Gerusalemme. Le indagini hanno mostrato che almeno quattro giovani arabi avevano lanciato pietre contro l'autoveicolo, facendo sì che Levlovich perdesse il controllo del mezzo e andasse a sbattere contro un albero.

Nel corso degli ultimi mesi, centinaia di giovani palestinesi di Gerusalemme sono stati arrestati per aver lanciato pietre e bombe incendiarie contro autoveicoli israeliani. Questi ragazzi hanno fornito varie spiegazioni sul motivo che li aveva indotti a prendere parte alla "resistenza popolare" contro Israele. La maggior parte di loro voleva protestare contro le visite degli ebrei al Monte del Tempio – un atto che secondo i nostri leader equivale a una "contaminazione" dei luoghi santi islamici. Mahmoud Abbas, che non è affatto un musulmano devoto, di recente ha accusato gli ebrei di profanare la Moschea di al-Aqsa con i loro "piedi sporchi".
Abbas e altre figure chiave della leadership dell'Autorità palestinese lanciano quotidianamente minacce contro Israele, in risposta alle visite assolutamente pacifiche degli ebrei al Monte del Tempio. Uno di loro, Mahmoud Habbash, è arrivato a dire che tali visite potrebbero far scoppiare una terza guerra mondiale.
È questo tipo di incitamento che spinge i nostri giovani a lanciare pietre e bombe incendiarie contro gli ebrei. Questi ragazzi non escono per strada a combattere "l'occupazione". Il loro obiettivo principale è quello di uccidere o causare gravi lesioni personali agli ebrei. Altrimenti, come si spiega il fatto che i questi giovani lancino decine di ordigni incendiari contro le abitazioni degli ebrei nella Città Vecchia? Se qualcuno lancia una bomba incendiaria contro una casa o un'auto, il suo obiettivo è quello di bruciare vivi i civili.

I nostri leader, che sono pienamente responsabili della decisione di inviare questi giovani a lanciare pietre e ordigni incendiari contro gli ebrei, se ne stanno comodamente seduti nelle loro lussuose ville e nei sontuosi uffici, a Ramallah, fregandosi le mani con profonda soddisfazione. Abbas e diversi leader palestinesi della Cisgiordania vorrebbero vedere i nostri giovani causare disordini nelle strade di Gerusalemme e sul compound della Moschea di al-Aqsa, in modo da poter ritenere Israele responsabile dei severi provvedimenti presi contro i palestinesi "innocenti. Il loro obiettivo principale è quello di mettere a disagio Israele e dipingerlo come uno Stato che adotta misure severe contro gli adolescenti palestinesi, la cui unica colpa è quella di partecipare alla "resistenza popolare".
Dopo aver istigato i nostri ragazzi ad abbandonarsi ad atti di violenza contro gli ebrei, i nostri leader ipocriti ora si affrettano a condannare le nuove misure israeliane contro chi lancia pietre. È come se i nostri leader dicessero che lanciare pietre e bombe incendiarie contro gli ebrei nelle loro auto e contro le loro case sia un diritto fondamentale dei palestinesi.

Uno dei maggiori ipocriti è Saeb Erekat, il veterano negoziatore palestinese che di recente è stato eletto segretario generale dell'Olp. Erekat, che non ha mai inviato i suoi figli a lanciare pietre e ordigni incendiari contro gli ebrei, ha condannato le misure di recente approvate da Israele contro i palestinesi che si lasciano andare ad atti di violenza. Egli ha detto che queste misure sono "disumane" e fanno parte della campagna israeliana di "incitamento" contro i palestinesi.
Ma Erekat e il suo capo, Mahmoud Abbas, non denunciano la violenza commessa dai palestinesi contro gli ebrei. Hanno parole di condanna solo quando Israele arresta i giovani che lanciano pietre e bombe incendiarie. I nostri leader credono che Israele non abbia alcun diritto di difendersi da coloro che cercano di bruciare vivi gli ebrei alla guida dei loro autoveicoli o che dormono nelle loro case.

Se c'è qualcuno che profana questi luoghi, beh, è chi porta esplosivi, pietre e bombe incendiarie nella Moschea di al-Aqsa. Nel corso degli ultimi mesi, decine e decine di giovani palestinesi hanno usato la moschea come rampa di lancio per attaccare i visitatori ebrei al Monte del Tempio. Gli ebrei che vi si recano non portano con loro pietre, bombe o bastoni. Sono i giovani musulmani che profanano i nostri luoghi santi con i loro "piedi sporchi".
Queste notizie mostrano che i musulmani non hanno rispetto per i loro siti religiosi. Le immagini di giovani a volto coperto dentro la Moschea di al-Aqsa, che assemblano pietre per aggredire gli ebrei, rivela le reali intenzioni dei rivoltosi e di chi sta dietro a loro: fare del male ai visitatori ebrei e ai poliziotti, che comunque non hanno alcuna intenzione di entrare nella moschea.

Giovani arabi palestinesi a volto coperto, dentro la Moschea di al-Aqsa (alcuni portano le scarpe), accumulano sassi da lanciare contro gli ebrei che si recano sul Monte del Tempio, 27 settembre 2015.


Noi contaminiamo le nostre moschee con le nostre mani e i nostri piedi, e poi accusiamo gli ebrei di profanare i luoghi santi dell'Islam. Non solo mentiamo, ma mostriamo anche il massimo livello di ipocrisia e impudenza. Pianifichiamo e avviamo la violenza sul Monte del Tempio, e anche altrove, e poi corriamo a dire al mondo intero che Israele arresta i nostri giovani "senza motivo".
È ovvio che i nostri leader ancora una volta ci conducono verso la catastrofe. Vogliono che i nostri figli si facciano male o vengano uccisi, in modo da poter andare alle Nazioni Unite a lagnarsi del fatto che Israele fa uso di "forza eccessiva" contro i palestinesi. I nostri leader, ovviamente, non dicono al mondo intero che sono loro a incitare questi giovani a uscire per strada e aggredire i primi ebrei che incontrano. Né dicono al mondo che sono i musulmani, e non gli ebrei, a contaminare i luoghi santi dell'Islam attraverso le loro azioni violente.

FONTE: http://it.gatestoneinstitute.org/6683/palestinesi-leader-bugiardi


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